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Quando Guccini fu avvelenato

Quando Guccini fu avvelenato

Quarant’anni fa, ben prima di essere incisa per un disco, una canzone parecchio atipica cominciava prepotentemente a imporsi. Questa è la piccola storia di un classico, legata ad altre vicende legate a giorni lontani e irripetibili.

È noto a tutti che, con l’aumento esponenziale delle fonti d’informazione causato principalmente dalla Rete, il ruolo della stampa cartacea – specializzata e generica – è stato largamente ridimensionato. Non era certo così quarant’anni fa, quando le recensioni delle poche riviste di musica in edicola avevano un bel peso e potevano contribuire in modo rilevante al successo o all’insuccesso dei dischi. Proprio all’inizio del 1975, il mensile “Gong” – non popolare come il settimanale “Ciao 2001”, ma comunque molto seguito dagli appassionati più attenti/esigenti – pubblicò un’impietosa stroncatura di “Stanze di vita quotidiana”, il sesto album di Francesco Guccini. La firmava Riccardo Bertoncelli, un giovane critico dai gusti piuttosto ricercati/alternativi e dall’indole barricadera, che non si era fatto problemi a maltrattare quello che era già un monumento della musica italiana, in un’epoca nella quale i cantautori erano visti – assieme ai gruppi rock – come la voce dell’impegno, della cultura e della qualità contrapposti al vuoto del pop; sì, era un mondo parecchio diverso dall’attuale, dove si doveva scegliere se essere guelfi o ghibellini. La faccio breve: per il monumento di cui sopra, si trattò della goccia che fece traboccare un vaso colmo di pressioni di ogni genere; trasformata la penna in spada, scrisse un brano decisamente caustico dove dichiarare il suo disappunto non tanto verso Bertoncelli, peraltro apostrofato espressamente nel testo come “sparacazzate”, ma nei confronti di tutto il “sistema” in cui si muoveva. Era un’invettiva feroce, un j’accuse, un manifesto di disillusione, un esorcismo, un’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Appropriatamente, nonostante il “lieto fine” dell’ultima strofa, la intitolò “L’avvelenata” e cominciò a eseguirla dal vivo, con grande entusiasmo degli spettatori che la reputavano non a torto l’ennesima, inequivocabile prova dell’onestà intellettuale del loro beniamino.

Nell’estate del 1975, Riccardo Bertoncelli venne a sapere in modo vago della citazione che gli veniva riservata dai palchi. Non essendoci ancora YouTube o gli smartphone, il solo modo per sapere con sicurezza i dettagli era andare alla fonte, e il giornalista lo fece. Una telefonata, un incontro, i chiarimenti di rito, la nascita di un rapporto di amicizia che dura tuttora. Guccini si offrì persino di modificare le parole ed eliminare il nome, ma Bertoncelli (ovviamente) non volle; il cantautore si premurò tuttavia di rassicurarlo sul fatto che il pezzo era destinato solo ai live, e che mai avrebbe trovato la via del sacro vinile. Era sincero, il Maestro, ma non aveva calcolato che quella canzone composta di slancio su un treno era, sì, una bomba. Per la forza del “messaggio”, nel quale – mutatis mutandis – ogni puro di cuore poteva rispecchiarsi, ma anche per una caratteristica che oggi passerebbe inosservata ma che nel 1975 suscitava scalpore: il linguaggio più che esplicito. Nell’ordine: “stronzi”, “cazzo in culo”, “masturbarmi” (un termine che non rientra nel turpiloquio, ma che al tempo era ad esso equiparato), “scopare”, “stronzo”, “frocio”, “cesso”, “coglioni”, “cazzate” e “a culo”. E poi c’erano una velenosa frecciata ai colleghi cantautori (“eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni / voi che siete capaci fate bene ad aver le tasche piene e non solo i coglioni”), le piccole “apologie” del bere e del bestemmiare, le solite, magnifiche architetture verbali. Ascoltavi “L’avvelenata” e, d’istinto, solidarizzavi affettuosamente con l’omone barbuto cui era saltata la mosca al naso e che, fra collera e amarezza, inveiva.

La ascoltavo anch’io, “L’avvelenata”. A volume basso, dato che i miei austeri genitori – avevo sedici anni, e i sedici anni del 1976 erano un’altra cosa – non avrebbero capito né tantomeno apprezzato. Non è un refuso, quel “1976” appena scritto: fu allora che l’insolente brano approdò al disco, in uno splendido LP intitolato come l’indirizzo di casa di Guccini, “Via Paolo Fabbri 43” (niente stupore: l’ho detto e ripetuto, che tra allora e ora c’è un abisso). Non lo si poteva evitare: la gente lo voleva, e poi il rischio che qualcuno finisse per immortalarlo in un bootleg (i vinili “pirata”: sì, accadeva pure questo) era concreto e quindi tanto valeva approntarne una versione ufficiale in studio, con soddisfazione di un Bertoncelli cui lo spirito non è mai mancato. Quattro decenni dopo rimane un classico della nostra musica e non solo del repertorio gucciniano, com’è giusto che sia. Con le disgrazie della critica delle quali si raccontava righe sopra, però, molti nuovi fan presero a chiedere a Guccini chi accidenti fosse quel Bertoncelli, e lui pensò che nei concerti, potesse essere sostituito con “Berlusconi”. Una scelta favorita dall’assenza di ostacoli di carattere metrico, che aveva il suo perché; Bertoncelli, in fondo, si era limitato a massacrare un album

fonte music.fanpage.it

 

 

 

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